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domenica 14 gennaio 2018

Banche e politica in Germania

(...sono ancora sulla famosa recensione del partigiano Joe - quella dell'extension. Pacta sunt servanda, ma che due palle! Per distrarmi, mi sono attaccato un momento alla webcam e vi ho raccontato una simpatica storia che ho appreso da Francesco Canepa, un giornalista di Reuters, il quale, a sua volta, non l'aveva saputa da sucuggino, ma dalla Bce. Pare, dico pare, che nella virtuosa Germania le banche locali, che sono sotto il diretto controllo dei politici locali, decidano i loro acquisti di titoli degli stati federati - che non sono lo stato federale - non solo in base a considerazioni puramente economiche, ma anche per ingraziarsi i governi degli stati dove hanno sede. Ve lo sareste mai creduto? O anche: ve lo foste mai creso? Voi forse sì, ma sono sicuro che in giro per l'Italia ce n'è di gente che ancora crede che "l'Italia è un paese di merda perché qui decide tutto la politica, gli italiani sono tutti corrotti, mica come i tedeschi...", e via scemenzando. Siccome ognuno di noi ne conosce un po', di questi bei tomi, magari, se il video vi piace, fateglielo vedere - o segnalategli le fonti: ma in genere chi odia l'Italia non sa l'italiano e quindi nemmeno l'inglese - così, magari, si ricrede...)





(...la qualità dell'audio lascia ancora a desiderare, ma stiamo lavorando per migliorare il servizio: i mezzi non sono certo quelli di Claudio Messora, e certo che l'occhio e l'orecchio vorrebbero la parte loro - ma allora andrebbe cambiato anche lo speaker: vi farete bastare quello che c'è, così come faccio io, ricordandovi il messaggio, che è quello delle nostre nonne: tutto il mondo è paese, tranne la Germania, che è strapaese...).

sabato 13 gennaio 2018

La Grecia non esiste (QED 87).

(...voi vi lamentate del fatto che scrivo in Leuropeo, cioè nella lingua dell'unico paese che nel frattempo ha lasciato Leuropa, come da me vaticinato il 7 dicembre 2013 - qualcuno lo ricorderà... E fate male, malissimo! Bisogna scrivere in Leuropeo, perché occorre che anche altri sappiano a quale livello di orrore si sta spingendo il cosiddetto progetto leuropeo. Macron che elogia la Domus Aurea "testimonianza del genio europeo" non è un gaffeur che sproloquia per ingenuità. No. Non lo è. Tutt'altro: è un astuto comunicatore che sta seguendo una ben precisa agenda politica. Quale? Questa...)



Caro professore, mi chiamo Nessuno, e non sono niente.

Ci siamo conosciuti brevemente a Montesilvano quest'anno. Le ho raccontato di come il blog ed il suo libro abbiano cambiato la mia vita e contribuito a squarciare il velo di Maya.

E' la prima volta che le scrivo e prometto di astenermi dal farlo ancora (giurin giurello).

Non voglio discettare di economia, numeri e grafici, non ne sono in grado. Lo faccio per condividere con lei quanto accadutomi ieri sera in pizzeria.

Ero a tavola con amici della mia compagna, persone che conosco poco. Il tizio accanto a me attacca bottone. Mi racconta che lui vive e lavora ad Atene per conto della Commissione Europea. Il suo gruppo di lavoro si occupa di affiancare il governo greco nell'applicazione dell'agenda della Troika (stia tranquillo prof, non le scrivo per riportarle le “ragioni” economiche che mi sono dovuto sorbire, sono sempre le stesse e lei le conosce molto meglio di me).

L'esigenza nasce dallo sgomento che mi ha colto nello scoprire che l'operazione in corso è molto più sofisticata e ideologicamente complessa della sola narrazione politico-economica. Piccolo excursus: sono molto legato alla Grecia, la ritengo la mia seconda casa. La conosco discretamente e, appena posso, ci torno spesso a trovare un po' di amici. A casa sono cresciuto respirando epos ed ellenismo e ho fatto studi classici.

Ma torniamo in tema.

La sostanza del discorso proferitomi è che i greci non hanno diritto di lamentarsi, anzi!Devono ringraziare l'occidente (concetto che detesto, ma relata refero) per il solo fatto di esistere. La Grecia, la nazione greca, sarebbe infatti una finzione geo-politica, creata ad arte nel 1800 da Francia e Inghilterra per favorire l'implosione dell'impero ottomano. “La Grecia era l'Israele dell' 800”. [cit.] Il mio zelante vicino di posto non sosteneva che Francia e Inghilterra si fossero limitate ad appoggiare le rivolte greche in funzione anti-ottomana, sosteneva che il popolo greco non esiste. Che i greci siano soltanto ottomani di religione ortodossa! Che la moderna lingua greca sia stata forgiata ad hoc per dar loro un senso di comunità. Che la Grecia fu creata come Stato cuscinetto per arginare l'espansione musulmana. Un avamposto militare riempito di gente a caso accomunata soltanto dalla medesima religione: ”esattamente come lo Stato d'Israele” (addendum – per esigenze di brevità e coerenza espositiva ometto volutamente di entrare nel merito di cosa sia o non sia lo Stato d'Israele).

Ho provato a riportare sulla terra il mio pervicace commensale partendo dalla lineare B di epoca micenea, passando per le guerre persiane, l'ellenismo e l'impero bizantino, fino ad arrivare alla guerra greco-turca ed alle deportazioni di massa dei greci dall'Anatolia, ad inizio '900. Gnente.

Per lui le mie argomentazioni erano sofismi perché, data la storia del mediterraneo e la mobilità delle popolazioni che lo hanno abitato e navigato per millenni, sarebbe impossibile individuare i momenti di partenza della storia dei popoli e delle nazioni.

Gli ho concesso, sulla scorta di “Omero nel Baltico” (libro meraviglioso), che i “biondi achei” dell'Iliade potrebbero sì avere origine dalle popolazioni scandinave che discesero Vistola e Danubio in epoca antichissima (ipotesi da prendere comunque cum grano salis), ma che poi da quel momento i greci sono sempre stati lì. Gnente. I greci non esistono, sono un artifizio.

Alla fine, sconfortato e provato dallo sforzo per mantenermi su toni civili, ho abbozzato (come dite a Roma) e lasciato perdere.

Ma ho imparato qualcosa.

La narrazione del potere sta tentando un balzo qualitativo degno di nota. Non si tratta più di esautorare lo Stato-Nazione raccontando la favoletta dei greci pigri, improduttivi, corrotti e spreconi. Qui si tratta di provare a cancellare tre millenni di storia con la retorica dell'ipse dixit degli “esperti”. I signori de quo (nonché le loro giovani e zelanti nuove leve come il mio interlocutore) non sono soltanto strozzini e mistificatori di dati, sono molto peggio. Manipolatori di storia, geografia, antropologia, filologia et similia.

Le riflessioni connesse ad un ragionamento (?) del genere sono abbastanza obbligate. Negando le origini di un popolo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua omogeneità etnico-linguistica (al netto dei dialetti), si nega l'esistenza del popolo stesso. E si sa, laddove non c'è popolo, laddove non c'è dèmos, non può esserci democrazia. Ma solo dispotismo e barbarie.

In conclusione mi chiedo, se è possibile manipolare la storia greca, una delle più antiche d'Europa, con tanta impune facilità, quanto sarà agevole farlo con la storia di nazioni molto più giovani ed eterogenee come l'Italia?

Serve vigilare anche su questo perché, come lei insegna, i prossimi siamo noi.

Augurandomi di non averla tediata oltremodo, la ringrazio per l'attenzione e per il tempo dedicatomi, la saluto e le auguro buon lavoro.

P.S. Qualora ritenesse interessante pubblicare questa mia, le chiedo cortesemente di mantenere il mio anonimato.




(...a seconda dei punti di vista, mantenere l'anonimato di Nessuno può essere immediato, o impossibile. Tuttavia, a noi qui non serve un esperto di logica formale. Quello che ci occorre è riflettere a quali culmini di abiezione è stato portato il concetto di "dissolvere le nazionalità" in una "identità europea" per combattere "le guerre e i nazionalismi". In poche parole, questi qui si stanno avviando, coscientemente, a compiere un genocidio culturale su vasta scala, per ripulirsi la coscienza da un disastro causato semplicemente per nascondere il letamaio delle loro banche sotto lo zerbino. Il simpatico funzionario di cui ci parla Nessuno, o, a un livello infinitamente superiore, Macron, si muovono lungo questa stessa logica, quella del genocidio. Ora, di fronte a giornalisti che continuamente ci trattano da Untermenschen, per distruggere il nostro orgoglio nazionale (quella cosa che, come diceva Rorty, è per un paese ciò che il rispetto di sé è per gli individui - santo subito Massimo D'Antoni, un uomo che alcuni di voi non sanno capire: è un po' papalino, ma è tanto una brava persona!), di fronte a questo attacco massiccio e indiscriminato alla nostra identità, sarebbe certo errato reagire esaltando in modo acritico l'italianità. Tuttavia, se un giusto mezzo non si può avere, allora vi confesso che fra i due errori preferisco il secondo. Perché, sinceramente, a me l'idea che quattro scribacchini residenti da una mera espressione geografica come il Belgio e provenienti da qualche paese diversamente iscritto negli annali della storia e della cultura mondiale venga a dire a noi cosa dobbiamo fare, sinceramente non va molto giù. Ed ho una buona, anzi, ottima notizia per voi: non sono più solo. Esistono altri italiani che scrivono in italiano, e quindi pensano da italiani che l'Italia non sia uno shithole. Naturalmente, a loro non verranno mai conferiti simili prestigiosi incarichi. Ma di questo parleremo un'altra volta. Vi esorto a tenere alta l'attenzione e a non reagire alle provocazioni. Nervi saldi, e tanta pazienza. L'Italia non si è desta, ma è uscita dalla fase REM...)

domenica 7 gennaio 2018

Il saccheggio del Made in Italy

(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)





Caro Alberto,

l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25 anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.

Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo intervento al goofy6:


Dalla mia credo di avere un lungo periodo di esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese. Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.

Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno, giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di cercare un minimo comune denominatore.

Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:


Come sottolineato in un tweet, Brazzale si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.

Si focalizza infatti, in particolare, sul tema della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.

Il fattore differenziale non risiede infatti nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia. Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero, apprezza e compra.

Intestardirsi, come continuano a fare Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività. Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.

Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in Moldavia.

In Turchia, il settore della pasta sta avendo un forte sviluppo negli ultimi anni.  Stanno comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia, stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma, soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore vuole mangiare italiano, a prescindere.

Non voglio dire che Brazzale solleva un problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale manca di cogliere è purtroppo un altro.

Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200 giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una discriminante e penalizzasse i piccoli?

Quanti studi farlocchi che dimostravano la insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale? Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.

Quanti fondi di private equity abbiamo visto all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare, tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?

Un’ultima riflessione, non specificamente legata al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo, distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.







(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)