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mercoledì 20 settembre 2017

La lavagna

Il post sui libri senza figure ha suscitato un discreto dibattito, di livello, a dire il vero, piuttosto discontinuo. Vi traspare, un po' come nel post precedente, quello sui 20000 voti scomparsi, una certa tensione fra "ggiovani" che rivendicano una loro autonomia di linguaggio (siamo "ggiovani", vogliamo parlare da "ggiovani" e vogliamo che ci si parli da "ggiovani"), e Matusa, lievemente perplessi rispetto all'ipotesi di cambiare un metodo di trasmissione del sapere che negli ultimi secoli non pare abbia ostacolato il progresso dell'umanità.

Poveri "ggiovani"!

Mi fanno un po' tenerezza: evidentemente non afferrano che quella "facilista" è un'ideologia.

Chi si frappone fra te e il logos per agghindarlo di figure colorate non lo fa perché tu capisca quello che vuoi e puoi tu, ma, per definizione, per costruzione, perché tu capisca quello che lui ha capito e vuole farti capire. Come sono tristi, come sono vuoti questi "ggiovani" che pretendono che siano altri a colorare il loro mondo! Poverini, va anche detto che la colpa non è loro: senza saperlo, e naturalmente senza ammetterlo, nemmeno sotto tortura (della quale incarichiamo la Vita), sono manipolati, perché manipolabili. Quello che traspare, nei due post precedenti, è come essi abbiano del tutto fatto propria la filosofia "mercatista" che ha corrotto come una cancrena il sistema dell'istruzione e la stessa percezione di processo educativo, nella quale il discente (per i giovani: vuol dire quello che avrebbe da imparare) percepisce se stesso, al tempo stesso, come soggetto attivo (perché "cliente" che compra un prodotto e brandisce lo scontrino al grido di "pago pretendo!"), e come soggetto passivo (perché il prodotto comprato, che è un sapere, gli deve essere versato nella calotta cranica senza che lui partecipi, senza che lui si sforzi, senza che lui ne sia consapevole: non consapevole di come lo sta assimilando, né di cosa sta assimilando, purché gli garantisca un minimo di sicurezza economica, l'accesso al fantomatico "mondo del lavoro", che è fatto di gente pratica, mica di gente che campa di teorie...). Noi eravamo, invece, al tempo stesso più disposti ad accettare che ci venisse insegnato qualcosa da chi ne sapeva di più, e più disposti a faticare per assimilarlo, per il semplice motivo che si dava per scontato, allora, che l'apprendimento, come la morte, fosse un processo individuale: quando si muore si muore soli, e quando si apprende si uccide un io ignorante, per sostituirlo con un io meno ignorante.

E questa cosa va fatta da soli.

L'uomo è animale poietico: io non credo di aver mai imparato una formula solo guardandola: me la sono poi dovuta ricostruire, magari con la mia notazione, ho dovuto vedere da me cosa succedeva giocando con le variabili: non ho guardato una figurina colorata, per quanto illuminante essa possa essere ex post (esempio). Chi ha fatto le scuole "alte" (quando esistevano) ricorderà che l'educazione greca si basava su musica e ginnastica (e si ricorderà anche perché la musica si chiama musica e la ginnastica ginnastica): due attività dove guardare figurine colorate non ti aiuta. E sempre chi ha fatto le scuole "alte" (quando esistevano) noterà lo strano paradosso che porta i nostri "ggiovani" a inseguire un sapere più "pratico", più "spendibile", attraverso un processo di apprendimento più "teorico": ma per rendersene conto, appunto, bisogna sapere cosa significhi "teoria". Mentre osservano lo spettacolo delle loro belle figurine colorate, i nostri "ggiovani" non si rendono conto del fatto che chi gli propone questa strada li sta sottraendo alla risoluzione del primo dei problemi pratici che qualsiasi sapere e qualsiasi prassi ti presentano: interpretare un testo. Noi, qui, abbiamo imparato da tempo che i paradossi della comunicazione sono la punta dell'iceberg del Potere. Ma loro, i "ggiovani", sono così fiduciosi nella loro capacità di cambiare il mondo, da accettare con remissività di essere privati degli strumenti per farlo.

E quindi il mondo questa volta lo cambieranno i vecchi (motivo per cui mi faccio cinque chilometri di corsa al giorno...).

Vorrei stendere un velo pietoso sul commento di andrea, che si propone come frutto più maturo di questo processo di degenerescenza culturale. I suoi orizzonti culturali non sono molto ampi: l'unico manuale che concepisce è il manuale di istruzioni! Ma apprendere la matematica, o la storia, non è, né deve essere, come montare un mobile dell'IKEA: il mobile, lui, può stare in piedi solo in un modo: ma in storia, e soprattutto in matematica, non c'è mai una strada sola... Non lo dico per lui, che, poverino, accogliamo sotto l'ampio manto della prima legge della termodidattica: del resto, il semplice fatto che prima degradi il concetto di manuale a libretto di istruzioni per superare l'esame, e poi se la prenda con dei fantomatici docenti universitari rei di scrivere libri di sapere "solo per passare l'esame", fa capire che il poverino è molto "ggiovane", tanto essere preda di un lacerante conflitto interiore. Inutile quindi spiegargli, ad esempio, che i testi didattici non contano ai fini della carriera: il suo cieco livore contro i professori fa capire che questi non lo reputano molto brillante, e avranno i loro motivi: gli sono grato di aver portato qui il suo carico di frustrazioni (lo hanno fatto in tanti), ma gli sarei più grato se facesse pace col mondo cominciando da se stesso...

Insomma: l'idea che si possano sostituire i martelletti, o le corde a vuoto, con figure colorate, a un musicista non verrebbe mai in mente. L'idea che tu possa apprendere da una mappa concettuale come risolvere un esercizio di contrappunto, o anche un integrale indefinito, è a dir poco bislacca.

Tuttavia, in questo vuoto di demenza, qualche sprazzo di riflessione utile è venuto, per esempio da Fabrizio, che in realtà non ha aggiunto molto a quanto diceva Stefano (tutti siamo d'accordo che schemi e "mappe" - come oggi si devono chiamare - sono utili se te li fai tu: si sollevava il problema se dovessimo nutrire le giovani menti di prodotti precotti - dal capitale - o insegnar loro a cuocere), ma ha fatto un riferimento che ho trovato interessante al fatto che strumenti antichi e moderni possono convivere.

Certo: possono, altrimenti l'invenzione della stampa a caratteri mobili avrebbe spazzato via la civiltà occidentale!

Mi è venuto da pensare al lavoro che sto facendo in questi giorni a Pescara. Per una serie di motivi, ho proposto ai dottorandi un corso di 16 ore (due crediti) a scelta fra economia dell'integrazione europea o analisi delle serie storiche (che sarebbe questa roba qui). Con mio grande sollievo hanno scelto la seconda (parlare di Leuropa anche sul lavoro mi darebbe l'orticaria), e qui si è posto il primo problema: come fare qualcosa di utile? Che poi significa: io, ho capito quello che voglio spiegare? E quando l'ho capito, come l'ho capito, chi me l'ha fatto capire?

Naturalmente sarebbe sempre stato possibile seguire il cammino di minore resistenza: riciclare le slides del corso che tenevo a Roma. Qualcuna è abbastanza carina, magari ve la farò vedere. Ma purtroppo io non riesco a non complicarmi la vita: teaching is a learning experience. A cosa serve fare un corso, se non ti aiuta a imparare qualcosa? E così ho deciso di seguire una certa strada, portando in parallelo l'analisi nel dominio temporale (quanto il passato di una serie di dati ci informa sul futuro) con quella nel dominio frequenziale (quali frequenze spiegano l'andamento di un certo fenomeno economico, che poi sarebbe questa cosa qui, come il Gila aveva intuito, e se piace, c'è anche il disegnino).

Insomma: so che fa un po' ridere, ma mi è venuto in mente di insistere su come si analizza l'economia (il "segnale" economico, cioè i dati) con gli strumenti... dell'ingengngnieria!

Dopo di che matita, gomma, temperamatite, e un blocco nuovo. Le vecchie tecnologie. E lo scatolone dei libri di quando ero giovine io: lo Spanos, che aveva di colorato solo la copertina, e il Piskunov, che non aveva colorata nemmeno quella, e poi il Mills, lo Harvey, lo Hamilton, lo Enders:


E perché tanti libri? Non ne sarebbe bastato uno solo, dal quale scopiazzare formule su tante belle slides colorate, per far contento il de cujus qui sopra, il "ggiovane" frustrato che trova inutili i libri dei suoi professori?

No, non sarebbe bastato. Perché, ad esempio, per spiegare i modelli AR e MA mi sembrava più espressiva la strada che percorre Mills, imponendo vincoli sui parametri della rappresentazione di Wold (sarebbero le b di questa formula), ma questa strada, anche se conduce in modo naturale e intuitivo dalla teoria dei processi stocastici (che Spanos spiega in modo più profondo) a quella dei modelli di serie storiche (che Enders spiega in modo più facilista), non è facilmente generalizzabile e presenta un paio di punti critici (riferiti alle condizioni iniziali del processo) che Harvey, e meglio ancora Spanos, aiutano a mettere in evidenza. Viceversa, per ragionare sullo spettro di un processo mi sembrava molto più naturale la strada seguita da Hamilton, che lo introduce sostituendo un'armonica complessa nella funzione generatrice delle autocovarianze, il che permette di ricavare immediatamente e in modo piuttosto snello un'espressione generale della densità spettrale di qualsiasi processo stazionario in covarianza e puramente non deterministico, meglio che con la solita solfa che "lo spettro è la trasformata di Fourier della funzione di autocovarianza" (che non a caso fa tanto ingngngn...). D'altra parte, quando si tratta di far vedere che spettro e autocovarianza contengono le stesse informazioni, Harvey se la cava più rapidamente di Hamilton, via rappresentazione di Cramer.

Chiaro, no? Sono sicuro che sarete d'accordo con me...

Non sono sicuro, invece, che non ci sia bisogno di nuovi libri... e penso anche che forse abbiate capito perché certi "economisti" me li appendo al cambio, e perché quando io dico che il cielo è blu e il prato è verde laggente capischeno... O meglio: credono di capire, perché si capisce una cosa solo quando si è in grado di trasmetterla (e le ripetute frustrazioni di alcuni di voi nel trasmettere il vostro sapere al piddino di turno potrebbero, in certi casi, avere un motivo che non vi piacerebbe conoscere...).

Così, mentre cercavo, per un mio scrupolo, la dimostrazione della formula di De Moivre sull'elevazione a potenza dei numeri complessi (della quale in verità potevo fare a meno rappresentandoli in forma esponenziale...), mi sono imbattuto in una nota che avevo segnato a matita sul Piskunov a occhio e croce trent'anni fa:


"Dove si trovano queste formule trigonometriche?" Mi sa che ero all'estero, lontano dai libri del liceo (e comunque i libri di matematica del classico non li avevo tenuti)... Già! Dove si trovano?

Oggi sul telefono!

E questo, indubbiamente, è un grande vantaggio: nessuno nega che questi nuovi strumenti siano di grande aiuto.

Come pure, volendo mostrare ai giovini (che non sono "ggiovani" da dove salta fuori la forma spettrale tipica di una serie storica, mi è tornato piuttosto comodo usare questo oggettino qui, che ai miei tempi non c'era:


(per inciso: l'oggettino arancione sulla sinistra è quasi - quasi! - una passeggiata aleatoria).

Nonostante i giovini non siano "ggiovani", dopo tre giorni di formule avranno diritto a un'animazione, con tanto di disegnini colorati: nessuno nega che, dopo tre giorni in bianco e nero, un po' di colore possa essere utile.

Ma...

Ma un corso, per chi lo costruisce, se vuole aprire strade a chi lo subisce, dovrà sempre essere un oggetto fatto così:


e chi lo subisce, se vuole apprendere qualcosa da chi glielo impartisce, dovrà disporsi a subirlo così:


e bisognerà anche che accetti che una cosa semplice, come la varianza di un MA(1), gli venga spiegata in modo che pare inutilmente complicato (attraverso la funzione generatrice delle autocovarianze) se poi quel percorso ti offre un panorama su un altro paese che un giorno potresti voler o dover visitare: panorama che ti è precluso, intenzionalmente o meno, da chi ti offre spiegazioni beceramente semplici.

E tutto questo nessuna slide te lo dà, per il semplice motivo che quando scatta la slide, lo studente tappa le orecchie, e si abbandona a un ebefrenico delirio copiativo, ulcerato dall'ansia di perdere un dettaglio di quella formula che gli è apparsa davanti troppo all'improvviso, e che altrettanto all'improvviso potrebbe scomparire, lasciandolo nel dubbio: era psi o phi? La smania della copiatura prevale su qualsiasi possibilità di comprendere. E poi, del resto, perché sforzarsi a comprendere? Quando sarà il momento di insegnare, basterà far scorrere slides, no?

Ecco: se invece tu la formula la scrivi alla lavagna, e lui la costruisce con te, allora capisce com'è fatta, soprattutto se te la detti mentre gliela scrivi: lui entra nel meccanismo, e anche tu, prima di chiudere, o di riaprire, una parentesi, puoi fermarti e indicare il cammino. E puoi farlo anche perché in quel momento è chiaro agli astanti che tu quelle cose ce le hai in testa, non nella memoria del computer, e quindi, oltre alla fantasia di inventare percorsi, e all'accortezza di scegliere quelli sui quali è più difficile che chi è inesperto si schianti, hai anche l'autorevolezza per proporli con un minimo di credibilità.

Non ci sono santi: solo così si può aiutare a capire.

Quanto al capire, ecco, quella, come ho già detto, è una cosa un po' diversa: è l'uccisione del proprio sé borioso e ignorante, e la sua sostituzione con un sé meno borioso e meno ignorante.

Un compito che al nostro amico andrea non è ancora riuscito, ma forse un giorno riuscirà, o anche no: perché dobbiamo sempre ricordarci che non siamo tutti uguali, e che, per fortuna, questo significa che qualcuno è migliore di qualcun altro (non tutti possiamo essere sopra la media).

Poi, da questo, i piddini oggi deducono che il diritto di voto spetti solo a loro. Io, invece, penso che il suffragio universale non sia poi così male, se consideri l'alternativa...





(...oggi uno studente mi ha detto: "Ho fatto tre corsi di serie storiche e nessuno me le ha mai spiegate così!" Che non vuol dire "così bene" o "così male", ma semplicemente: così. Se per salire sul Velino ci sono almeno tre possibilità, perché per salire sull'Hamilton ce ne deve essere una sola? Quelli delle figurine colorate sono semplicemente odiatori e negatori dell'umanità. Sembrano parole grosse, lo so. Lo sembrano. Ma non lo sono. Beati voi...)

martedì 19 settembre 2017

Sacripante!








Forse era ver, ma non però credibile
a chi del senso suo fosse signore...



(...comunque, er partito ora ve lo fate da soli, perché io...)

domenica 17 settembre 2017

La sinistra e l'istruzione

(...fra poche ore ho un concerto a Frascati. Poi proseguo per Pescara, dove, lunedì mattina, inizio un breve corso di quattro ore per quattro giorni sull'analisi delle serie storiche. Penso di partire dalle nozioni elementari sui processi stocastici, e di arrivare, se il Signore mi assiste, allo studio dei filtri lineari nel dominio delle frequenze. Mi sono chiesto se fosse il caso di preparare slides. Mi sono risposto di no. Nel mondo, chi sa fa e chi non sa insegna. All'università, chi sa insegna e chi non sa fa slides. Il flusso ottimale dell'erogazione didattica è quello del gessetto sulla lavagna. Il pennarello già non va bene, è troppo veloce, e troppo colorato. I poveri dottorandi si annoieranno? Fatti loro! Sono il penultimo anello della catena alimentare accademica, e anche se io non sono certo il primo, a loro toccherà subire. Sono proprio curioso di vedere come la prenderanno. Lego questa mia decisione a due fatti recenti. Ieri sera Roberta a cena ricordava l'idea bislacca di diseducare i ragazzi allo studio individuale, commentando che la mossa era politicamente azzardata, perché rendeva evidente la volontà dei nostri governi, da quello dove si distinse Luigi Berlinguer in giù, di distruggere il nostro sistema di istruzione. I nostri politici si lamentano, con lacrime di coccodrillo, del fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all'estero, ecc. A parte che chi li costringe sono loro, i politici, con le loro scelte dissennate - questo blog nacque per denunciarle - il punto è che fra un po' giovani migliori non ce ne saranno più: un anno di istruzione superiore in meno, niente compiti a casa, presidi sceriffo e precariato diffuso, programmi infestati dalla propaganda (Giulia inizia studiando l'identità europea!) e scritti dai pedagoghi diversamente ligi al fisco dell'OCSE (vi pare normale che al linguistico - o anche a ragioneria - si studi analisi matematica? Quella è roba da scientifico, cari...). Questa è una aggressione coordinata e continuativa a un modello che funzionava, perché insegnava a pensare, e perché portava i nostri studiosi in posizioni di eccellenza non solo scientifica ma anche accademica in tutto il mondo. Perché la sinistra vuole distruggere la nostra cultura? Parte della risposta temo sia nel post precedente: per gli stessi motivi per i quali è passata da una giusta, vibrante difesa dell'indipendenza nazionale, a una squallida, gesuitica subalternità a potenze straniere. Essere indipendenti significa in primo luogo pensare con la propria testa: e per poterlo fare, occorre essere avviati all'uso di quello strumento critico che il capitalismo massimamente teme: il libro senza figure. Se solo oggi un pedagogo capisce cosa io abbia inteso, sottolineandovi per anni l'importanza di questo strumento, devo pensare che la maggior parte di voi non lo abbia ancora capito e non lo capirà mai...)




Stefano Longagnani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La retorica dell'eccellenza":

Prendo spunto dal post su Facebook, dove a proposito di questo post Alberto scrive «oggi niente grafici», per condividere con voi una (tarda e triste) illuminazione.

Oggi su Amazon ho letto un commento di uno studente universitario, tale Rob, che recensiva un testo di storia che ha acquistato, indicatogli come testo di studio dal proprio professore.

E leggendo ho capito. Ho finalmente capito l'insistenza di Alberto sui " libri senza figure".

Lo studente nella sua recensione ha assegnato un giudizio pessimo al testo d'esame soprattutto perché «E' quasi assente un qualsiasi tipo di aiuto mnemonico(riassunti, schemi, linee del tempo, esercizi)e le cartine sono poche e in toni di grigio (!)» (il punto esclamativo tra parentesi e la mancanza di spazi sono nell'originale). E ha ribadito che tale libro «come manuale è decisamente sconsigliabile (opinione condivisa da tutti gli studenti universitari con cui mi è capitato di parlarne)», ma che «il libro non è pensato come manuale, ma per come testo per lettori interessati alla materia» (errori già presenti nella recensione originale).

Capite?!

Non si tratta di un testo idoneo allo studio, dato che è scritto per lettori "interessati"!

Questi poveri ragazzi sono talmente abituati ai libri scolastici odierni, pieni zeppi di premasticati "aiuti mnemonici", che si abituano alla presenza di tali "aiuti". E senza tali "aiuti" fanno fatica ad approcciare un libro "senza figure". Arrivano a considerare tali aggiunte un supporto INDISPENSABILE al "proprio" pensiero, non accorgendosi che di "proprio" nella loro testa rischia di non esserci più nulla.

Non si rendono conto di aver studiato per anni su riassunti, schemi, mappe, ecc. elaborati da altre teste, non dalla propria.

Infatti i riassunti, gli schemi, le mappe concettuali già a disposizione, oltre ad effettuare una selezione del materiale secondo i criteri di chi li crea, inibiscono la capacità di ragionare con la propria testa, proprio perché esternalizzano il pensiero, e quindi dispensano dallo scegliere ciò che è importante ricordare e collegare.

Senza individuare autonomamente i concetti chiave, senza evidenziare da sé le relazioni che li legano e quindi senza produrre in proprio i supporti alla memorizzazione (ed alla comprensione), il pensiero critico semplicemente non c'è.

...

Pev non pavlave delle cavtine in scala di gvigi...! Che ovvove!


Postato da Stefano Longagnani in Goofynomics alle 17 settembre 2017 10:19



(...bravo, Stefano, bravo: meglio tardi che mai...)

La sinistra e l'indipendenza nazionale

(...il cattolicesimo ha introdotto il culto dei santi. Il cattocomunismo quello dei santini. Oggi ci occupiamo di uno dei più diffusi: diciamo che il personaggio di cui ci occupiamo oggi sta alla sinistra come padre Pio sta alle beghine di provincia - cioè alla sinistra. Le responsabilità di chi ha fatto finta di stare all'opposizione sono più gravi, per ovvi motivi, di quelle di chi ha fatto finta di stare al governo. Entrambi erano ascari di un regime coloniale, come qui sappiamo bene, ma almeno i secondi, i governativi, questo ruolo lo rivendicavano a viso aperto, senza infingimenti gesuitici. La verità, tanto, l'hanno sempre detta sia i primi che i secondi: "Raccolta molto inferiore alle esigenze...". Il loro problema è sempre stato quello di non riuscire a spremervi abbastanza. Ed è questo, sul piano economico, il destino dei popoli colonizzati: essere spremuti. Dice bene Cesaratto: la sinistra italiana è sempre stata monetarista, mai keynesiana: che poi è quello che vi dico anch'io quando faccio notare come essa si sia sempre impegnata a difendere il potere d'acquisto dei lavoratori chiedendo prezzi più bassi, anziché salari più alti (e quindi rendendosi organica al mito dell'eccellenza, della competitività, e alla prassi del mercantilismo, di cui parlavamo nel post precedente). Una sinistra tutta dal lato dell'offerta, il che fa presumere che lì trovasse, e trovi, il suo sostentamento (oh, quale celeste corrispondenza di amorosi sensi testimonia uno di questi filmati!). Su un altro piano, come si sia potuti passare dalla rivendicazione del ruolo svolto nel restituire al nostro paese la sua indipendenza a quella del ruolo svolto nel togliergliela resterà comunque un tema dibattuto dagli storici - e di contributi in merito qui ne abbiamo già visti tanti. Diamo quindi inizio alla campagna elettorale ricordando, grazie a uno de passaggio, quanto sia profonda, qui da noi, la radice del Male, dell'odio verso il nostro paese, cioè verso di noi...)




Caro Alberto, 
con la mente già un po' in vacanza, ho "partorito" questo:

Coerenza: dal verbo latino cohaerere "essere strettamente unito". Oltre che nel significato proprio, il termine è usato per indicare qualcosa che non è in contraddizione, che s'accorda con qualcosa d'altro. (cit. Treccani)

Sta di fatto che, fra le doti generalmente più apprezzate in un politico vi sono l’intelligenza e la coerenza.
Di Enrico Berlinguer si è detto e scritto molto: segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 alla sua prematura scomparsa nel 1984, fu certamente identificato come politico intelligente e coerente, e così viene anche recentemente da molti ricordato.
Coerenti con la storia e gli ideali comunisti (e, più in generale, con quelli di sinistra) furono infatti le dichiarazioni che il neo Segretario rilasciò a Tribuna politica in previsione delle elezioni del maggio ’72, illustrando le 3 principali ragioni per votare il partito che rappresentava. Qui la prima (la difesa dei ceti più deboli) e qui la terza (il sostegno all’indipendenza nazionale).
Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, nel solco della sostanziale coerenza (con l’opinione di Moscasi possono inserire anche queste dichiarazioni dell’inizio del decennio successivo, relative allaNATO.  
In seguito alla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods e alla crisi energetica del ‘73, nel dicembre dell’anno successivo, il Segretario svilupperà una relazione, in preparazione del XIV Congresso del partito, pubblicata poi con titolo “La proposta comunista”, in cui si afferma che è: Urgente una programmazione democratica dell’economia nei singoli paesi [...] e una cooperazione internazionale, lungo una linea che [...] già esce fuori dalla logica del capitalismo” (cfr. pag. 12)
Ed è forse proprio per uscire (?) da questa logica che, nel 1983, in un gradevole e ben frequentato salotto televisivo, alle domande (in verità “leggermente tendenziose”) della futura tessera n°1 del PD Enrico Berlinguer risponde così.
In effetti, fra le due dichiarazioni sopra riportate, si erano tenuti: il “Convegno degli intellettuali” e la “Assemblea degli operai comunisti”, entrambi, come molti lettori di Goofynomics sanno bene, nel 1977.
Ora, se James Russell Lowell aveva ragione affermando che: “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione” che possiamo pensare di chi cambia un’idea forse discutibile, con una certamente sbagliata?


Fanne ciò che meglio credi (fossi in te, io lo cestinerei, riscrivendolo!:-) 
Un abbraccio
Carlo  



(...no, non l'ho riscritto, e non perché non ho tempo, ma perché a me piace così: documentato, asciutto, chiaro nelle intenzioni, efficace nei risultati. E voi, che ne pensate?...)